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Psicologia

“Non mi piace”, ma non l’hai assaggiato: perché accade secondo la psicologia

Quanto volte abbiamo detto “Non mi piace” senza nemmeno assaggiare il cibo. La psicologia spiega questo comportamento. 

Può capitare di assaggiare una ricetta e dire “Non mi piace” ma farlo prima ancora di procedere con il primo assaggio è strano. Cosa ci influenza? Il colore, l’odore, esperienze precedenti? La psicologia cerca di fornire un quadro generale per capire da dove nasce l’impulso negativo.

“Non mi piace”, ma non l’hai assaggiato: perché accade secondo la psicologia (Osteriamammamia.it)

Tutti abbiamo dei cibi preferiti e altri che non vorremmo dover mangiare. I gusti dipendono dai condizionamenti ricevuti da piccoli – quelli che si imparano ad apprezzare da piccoli verranno ricercati da grandi – e dalla componente genetica. C’è una base neurale alla risposta che diamo ai sapori. Quando si prova disgusto, ad esempio, si attivano determinate aree del cervello (quelle che sono collegate al senso di allerta e pericolo) mentre quando il sapore piace se ne attivano altre.

Ma questo è un discorso che non va affrontato ora. Noi vogliamo approfondire un’altra particolarità, esprimere un parere negativo sul cibo senza neppure assaggiarlo. Devono intervenire necessariamente altri fattori per portare ad un’affermazione come “Non mi piace” quando non si conosce il gusto ma si può solo immaginare. Cosa dice la psicologia?

Non conosco il gusto ma so che non mi piace, perché?

La psicologia afferma che quando diciamo che un cibo non piace senza nemmeno conoscerne il gusto scatta un impulso legato non al sapore in sé ma all’anticipazione dell’esperienza che viene data dal cervello. Prima ancora di assaggiare, infatti, il nostro cervello costruisce un’aspettativa basandosi sull’odore, il colore, i ricordi, la consistenza.

Non conosco il gusto ma so che non mi piace, perché? (Osteriamammamia.it)

Alla vista se un piatto sembra poco invitante ecco che il cervello deciderà in anticipo che non è buono. Stesso discorso per l’odore, se sgradevole oppure ricorda anche solo lontanamente un cibo assaggiato e non piaciuto in passato sarà un invito a non assaggiare quello che c’è nel piatto. Si chiama meccanismo di difesa sensoriale. 

In più secondo la psicologia possono intervenire cultura e abitudini. Ogni cultura ha sapori e odori familiari a cui siamo affezionati più o meno consapevolmente. Quando si vede o sente qualcosa lontano da quei sapori cari ecco che scatta un riflesso di rifiuto istintivo. Sempre il cervello mette in allerta, non riconosce quel cibo come sicuro e fa dire “Non mi piace”. Attenzione, non si parla di capricci. L’atteggiamento è frutto dell’evoluzione e di quando gli antenati per evitare tossine dannose per la salute rifiutavano ciò che vedevano come strano.

Il rifiuto può nascere anche da un’associazione del cibo con un’emozione negativa. Il ricordo di un odore legato ad un momento triste o spiacevole può portare quella sensazione al cervello che non vorrà replicare il dolore. Si tratta di una memoria emotiva anticipata. Intuendo che si proverà un’emozione non positiva non si vorrà assaggiare il piatto. Infine, conta anche l’effetto priming visivo. Colore e forma, nello specifico, possono definire l’impressione che avremo sul cibo. Le aspettative visive di bontà, in particolare, ci spingono a scegliere cosa mangiare e cosa no.

Valentina Trogu

Giornalista pubblicista, Web content writer, scrittrice e mediatrice familiare. Laureata in sociologia-analisi delle politiche sociali. Mi occupo della stesura di articoli toccando varie tematiche tra cui economia, salute, tecnologia, attualità. In questo modo posso coltivare la mia passione per la scrittura e cercare di rendere fruibili le informazioni ad un maggior numero di persone.

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